Sentirsi vittima per non affrontare la responsabilità dell'azione


Di recente spesso mi imbatto in racconti di adolescenza. E’ un modo che mi interessa in modo particolare perché è indubbio che tutti ci siamo passati eppure in molti casi di fronte ad un adolescente reagiamo come se non ce ne ricordassimo affatto, se non avessimo mai conosciuto quel particolare momento, quel modo di sentire la vita.

Il caso vede protagonista un ragazzo di 17 anni, studente con scarso profitto; i genitori sono arrabbiati perché non studia, non sembra interessato a nulla e ha già subito una bocciatura; sono preoccupati, non riescono a capire “che cosa abbia in testa” questo figlio che definiscono “apatico” e “superficiale”.

Il primo racconto che il ragazzo mi fa della situazione scolastica che sta vivendo è quello di una congiura tessuta ai suoi danni, dove lui sta nel ruolo della vittima: i professori ce l’hanno con lui, non sono adeguati, la scelta del corso di studi inadatto ecc…

Quando emerge il problema, emerge anche il racconto che il cliente ne fa. Il problema risiede nell’osservatore e nell’enunciato che l’osservatore fa di questo problema.

Il coach non mette in discussione ciò che il cliente racconta, il suo lavoro è distinguere ciò che linguisticamente ha la consistenza di un fatto e ciò che invece è l’espressione di un punto di vista, di un’opinione. E sui punti di vista che possiamo lavorare, aiutando il cliente a guardare da un’altra prospettiva, più stimolante alla responsabilità.

Da parte mia quindi seguono una serie di domande volte a distinguere i fatti dalle opinioni, a far riflettere il ragazzo sui giudizi che scambia per fatti, sulle interpretazioni che dà degli accadimenti, sugli standard che sta utilizzando.

In effetti, proseguendo, il ragazzo si rende conto dell’auto-goal, resta perplesso di fronte alla necessità di riconoscere la sua responsabilità e allo stesso tempo le sue possibilità di azione non ancora agite.

Qui scelgo di offrire la distinzione linguistica tra “vittima” e “responsabile”.

La vittima è colui che ha una conversazione (anche con se stesso) che limita la sua capacità di azione: non si riconosce come parte del problema che lo affligge, si sente innocente e impotente. Il responsabile è colui che si considera parte del problema e di conseguenza sceglie di agire per trovare una soluzione.

I nostri incontri sono proseguiti con l’obiettivo di far superare al ragazzo le credenze limitanti che aveva su di sé, di modificare il punto d’osservazione su se stesso e potenziare la sicurezza in se stesso, lavorando sull’impegno alla responsabilità. La responsabilità va intesa come abilità a rispondere, ovvero la capacità di elaborare il maggior numero di azioni possibili per la risoluzione del problema.

Il ruolo che i genitori hanno avuto nella formazione di queste opinioni su se stesso, è un’altra storia…..

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